Vi prego, permettetemi uno sfogo. Sono sempre stato di sinistra e, quando sono andato a votare, l’ho sempre scelta. Speravo così di vedere rispettati almeno alcuni dei tanti impegni presi dalla «sinistra» in campagna elettorale. E come mi ritrovo adesso? Con le missioni militari già rifinanziate, il riconoscimento del Kosovo, il conflitto di interessi ancora in piedi, la stessa infame legge elettorale, tanti incentivi per comprare auto nuove, traffico in aumento e trasporto pubblico sull’orlo del baratro. Gli stipendi fanno ridere, le tasse fanno piangere, i prezzi e le tariffe corrono e abbiamo come candidato premier un Peter Pan che gioca a fare l’americano. Ma il colpo da maestro è il ritorno de «er piacione» Rutelli in Campidoglio. Qualcuno dice perfino che è stato un buon sindaco. Sai che sforzo: ci mancherebbe solo che fosse riuscito a fare peggio di Giubilo, Signorello o Carraro. Sinistra, mi pare, è ormai solo un modo di indicare un direzione; o peggio, qualcosa di negativo e minaccioso. Politicamente è un termine vuoto e insignificante. Detto questo, mi scuserete se non parteciperò alla farsa del voto, e se non mi rammaricherò se in Campidoglio andrà Giorgia Meloni. E’ donna, giovane, ma di destra: meglio baciare lei che un rospo che non diventerà mai principe.
Il fantasma del rigore infame che turba le elezioni a Cipro
Febbraio 27, 2008 · Lascia un Commento
Alberto Piccinini
Il calcio è sceso in campo nella campagna elettorale per le presidenziali a Cipro il 2 febbraio scorso. La sfida di campionato tra Apollon Limassol e Apoel Nicosia – giocata nel piccolo stadio Tsirio a Limassol – stava per dare la vittoria 2-1 ai padroni di casa, quando all’ultimo minuto di recupero l’arbitro Stamatis ha fischiato un rigore per l’Apoel. Traversone nel cuore dell’area dell’Apollon, il centravanti dell’Apoel arpiona la palla ma è spalle alla porta e ha il problema di girarsi; solito balletto col difensore dietro la schiena che tira e spinge (ma il centravanti è furbo e si appoggia), insomma rigore.
Chiunque sia stato in vacanza in Grecia, sa bene quanto sia passionale il tifo laggiù. E gli ultrà riassumono quest’attitudine. Cioè, spesso sono il peggio del peggio. Allo stadio Tsirio c’è stato appena il tempo per battere l’infame rigore al 92′. Gol. Pareggio. Poi i giocatori e i dirigenti dell’Apollon hanno aggredito l’arbitro che ha dovuto interrompere la partita. E gli ultras hanno continuato l’opera ingaggiando una vera e propria guerriglia contro la polizia. Risultato: tre espulsi in campo, dieci arresti fuori, e parecchi danni allo stadio. Non è tutto. Passata la buriana, i tifosi dell’Apollon hanno ripreso l’iniziativa. Mentre i dirigenti del club emettevano un duro comunicato contro «lo scandaloso arbitraggio», ringraziando gli spettatori perché «si erano comportati bene nonostante le provocazioni» (sic), i tifosi raccoglievano i propri certificati elettorali minacciando lo sciopero del voto se non fossero state accolte le loro richieste: dimissioni dei vertici della federazione e dell’associazione arbitri.
Nei giorni precedenti al primo turno delle elezioni, che si sono regolarmente svolte domenica scorsa, almeno una cosa era certa: la sfida tra i tre candidati si sarebbe risolta all’ultimo voto. E un fantasma turbava i sonni dei politici: i 2000 voti (tanti sono stati i certificati raccolti dalle organizzazioni dei tifosi di Limassol) che avrebbero preso il volo per chissà dove. «Rappresentiamo lo 0,8-0,9% – dichiarava un portavoce dei rivoltosi – E non voteremo finchè non sarà fatta giustizia. Anzi, voteremo tutti per l’Apollon». La stima in percentuale forse è un po’ alta. Il pacchetto di voti valeva più o meno lo 0,5%. E il paradosso è questo: che uno degli slogan dei nemici dell’Apoel recita da sempre così: «Il nostro partito politico si chiama Apoel». Però i disordini del dopopartita nelle ultime settimane di campagna elettorale sono diventati un vero issue. Il presidente centrista Papadopulos chiedeva misure drastiche contro gli ultras: «Chi alza una mano contro l’arbitro non deve più avere posto nello sport». Il suo ministro della giustizia Sofocle Sofocleus (!), se la prendeva con il livello di politicizzazione in tribuna: «I partiti politici generano un atmosfera sbagliata allo stadio». Gli sfidanti di Papadopoulos – il comunista Cristofias e il rappresentante della destra Kassoulidis – chiedevano invece il ricorso a esperti stranieri per affrontare efficacemente il fenomeno. Al solito.
Come è andata a finire? Così: Kassoulides ha preso il 33,51%; Cristofias il 33,29%; Papadopulos il 31,79%. Gli osservatori notano che i primi due si sono mostrati in campagna elettorale più malleabili nei confronti della riunificazione dell’isola. Ma gli stessi osservatori avevano già spiegato che il boicottaggio dei tifosi dell’Apollon avrebbe potuto danneggiare il candidato di destra Kassoulides. Ci avevano capito poco. La federazione calcistica cipriota, nel frattempo, ha emesso il suo verdetto: 2-0 a tavolino per l’Apoel, 10.000 euro di multa all’Apollon e prossimi turni da giocare a porte chiuse, 3500 euro di multa a entrambe le squadre per l’esibizione di simboli fascisti da parte dei tifosi. Per questo l’arbitro aveva già minacciato due volte di interrompere la partita. A Cipro si rivota domenica per il ballottaggio. Nell’ultimo turno di campionato un rigore quanto meno discutibile ha consentito all’Apollon di pareggiare con l’Omonia Nicosia. Basterà?
Chiunque sia stato in vacanza in Grecia, sa bene quanto sia passionale il tifo laggiù. E gli ultrà riassumono quest’attitudine. Cioè, spesso sono il peggio del peggio. Allo stadio Tsirio c’è stato appena il tempo per battere l’infame rigore al 92′. Gol. Pareggio. Poi i giocatori e i dirigenti dell’Apollon hanno aggredito l’arbitro che ha dovuto interrompere la partita. E gli ultras hanno continuato l’opera ingaggiando una vera e propria guerriglia contro la polizia. Risultato: tre espulsi in campo, dieci arresti fuori, e parecchi danni allo stadio. Non è tutto. Passata la buriana, i tifosi dell’Apollon hanno ripreso l’iniziativa. Mentre i dirigenti del club emettevano un duro comunicato contro «lo scandaloso arbitraggio», ringraziando gli spettatori perché «si erano comportati bene nonostante le provocazioni» (sic), i tifosi raccoglievano i propri certificati elettorali minacciando lo sciopero del voto se non fossero state accolte le loro richieste: dimissioni dei vertici della federazione e dell’associazione arbitri.
Nei giorni precedenti al primo turno delle elezioni, che si sono regolarmente svolte domenica scorsa, almeno una cosa era certa: la sfida tra i tre candidati si sarebbe risolta all’ultimo voto. E un fantasma turbava i sonni dei politici: i 2000 voti (tanti sono stati i certificati raccolti dalle organizzazioni dei tifosi di Limassol) che avrebbero preso il volo per chissà dove. «Rappresentiamo lo 0,8-0,9% – dichiarava un portavoce dei rivoltosi – E non voteremo finchè non sarà fatta giustizia. Anzi, voteremo tutti per l’Apollon». La stima in percentuale forse è un po’ alta. Il pacchetto di voti valeva più o meno lo 0,5%. E il paradosso è questo: che uno degli slogan dei nemici dell’Apoel recita da sempre così: «Il nostro partito politico si chiama Apoel». Però i disordini del dopopartita nelle ultime settimane di campagna elettorale sono diventati un vero issue. Il presidente centrista Papadopulos chiedeva misure drastiche contro gli ultras: «Chi alza una mano contro l’arbitro non deve più avere posto nello sport». Il suo ministro della giustizia Sofocle Sofocleus (!), se la prendeva con il livello di politicizzazione in tribuna: «I partiti politici generano un atmosfera sbagliata allo stadio». Gli sfidanti di Papadopoulos – il comunista Cristofias e il rappresentante della destra Kassoulidis – chiedevano invece il ricorso a esperti stranieri per affrontare efficacemente il fenomeno. Al solito.
Come è andata a finire? Così: Kassoulides ha preso il 33,51%; Cristofias il 33,29%; Papadopulos il 31,79%. Gli osservatori notano che i primi due si sono mostrati in campagna elettorale più malleabili nei confronti della riunificazione dell’isola. Ma gli stessi osservatori avevano già spiegato che il boicottaggio dei tifosi dell’Apollon avrebbe potuto danneggiare il candidato di destra Kassoulides. Ci avevano capito poco. La federazione calcistica cipriota, nel frattempo, ha emesso il suo verdetto: 2-0 a tavolino per l’Apoel, 10.000 euro di multa all’Apollon e prossimi turni da giocare a porte chiuse, 3500 euro di multa a entrambe le squadre per l’esibizione di simboli fascisti da parte dei tifosi. Per questo l’arbitro aveva già minacciato due volte di interrompere la partita. A Cipro si rivota domenica per il ballottaggio. Nell’ultimo turno di campionato un rigore quanto meno discutibile ha consentito all’Apollon di pareggiare con l’Omonia Nicosia. Basterà?
Categorie: Zemania
Il generale, il legionario, il papa
Febbraio 27, 2008 · Lascia un Commento
Adriana Zarri-23 febbraio 2008
In questo primo spazio, dedicato agli errori ed orrori lessicali, oggi soltanto un verbo, ma così orrendo da meritare, per sé solo tutto lo spazio. Si tratta del verbo «cliccare»: un verbo del quale pare che non si possa più fare a meno. Eppure i sostituti non mancano: «premere 5». Chi l’ha detto? Non lo ricordo ma qualcuno di certo perché l’ho nell’orecchio. «Premere», quindi «digitare» (non che sia tanto meglio), le alternative non mancano; basta combattere la nostra pigrizia mentale, sempre pronta ad accovacciarsi su ciò che passa il convento; e in questo caso non è un monastero di grandi e gloriose tradizioni, forse si tratta di una di quelle congregazioni ottocentesche di scarso spessore teologale e teologico che non nomineremo per non farci troppo nemici.
Il generale
Può anche darsi che qualche appartenente all’Opus Dei, disinformato ingenuo e candido, sia onesto e in buona fede, è l’eccezione che conferma la regola. La regola invece è osservata puntualmente dall’arcivescovo Sàenz Lacalle che opera nel Salvador ed ha perciò alle spalle la gloriosa tradizione che fa capo al vescovo martire Romero.
L’indegno successore di tanto illustre santo presule si è messo di impegno per cancellare ogni traccia della gloriosa tradizione che fa capo al grande martire; e non serve raccontare tutte le sue malefatte perché l’elenco sarebbe troppo lungo. Basti dire che il governo – e quel governo responsabile delle maggiori atrocità – lo promuove a generale di brigata. A nulla valgono le indignate proteste della popolazione, memore di ben altri vescovi: generale è stato eletto e generale resterà. In attesa forse che altri generali facciano i vescovi…
Può anche darsi che qualche appartenente all’Opus Dei, disinformato ingenuo e candido, sia onesto e in buona fede, è l’eccezione che conferma la regola. La regola invece è osservata puntualmente dall’arcivescovo Sàenz Lacalle che opera nel Salvador ed ha perciò alle spalle la gloriosa tradizione che fa capo al vescovo martire Romero.
L’indegno successore di tanto illustre santo presule si è messo di impegno per cancellare ogni traccia della gloriosa tradizione che fa capo al grande martire; e non serve raccontare tutte le sue malefatte perché l’elenco sarebbe troppo lungo. Basti dire che il governo – e quel governo responsabile delle maggiori atrocità – lo promuove a generale di brigata. A nulla valgono le indignate proteste della popolazione, memore di ben altri vescovi: generale è stato eletto e generale resterà. In attesa forse che altri generali facciano i vescovi…
ll legionario
E poiché siamo in ambito militare, restiamoci per occuparci delle sacre legioni di Cristo (che il cielo ci perdoni!) il cui fondatore, mancato nello scorso gennaio, è stato sepolto nel cimiterio speciale dei legionari, quasi che la terra benedetta dei comuni mortali non bastasse. Dei morti non si dovrebbe parlar male; ma del suddetto bene non ne ha parlato neanche il papa che si è chiuso in un eloquente silenzio.
Fin qui Marcial Maciel – tale è il nome del defunto – non fu, a quanto pare, uno stinco di santo. Accusato dai suoi seminaristi di abusi sessuali, era stato obbligato dalle autorità vaticane alla rinuncia di ogni pubblico ministero per ritirarsi a vita privata in preghiera e penitenza; e se non si è giunti alla scomunica lo si deve al favore cui il defunto godeva presso papa Wojtila.
E poiché siamo in ambito militare, restiamoci per occuparci delle sacre legioni di Cristo (che il cielo ci perdoni!) il cui fondatore, mancato nello scorso gennaio, è stato sepolto nel cimiterio speciale dei legionari, quasi che la terra benedetta dei comuni mortali non bastasse. Dei morti non si dovrebbe parlar male; ma del suddetto bene non ne ha parlato neanche il papa che si è chiuso in un eloquente silenzio.
Fin qui Marcial Maciel – tale è il nome del defunto – non fu, a quanto pare, uno stinco di santo. Accusato dai suoi seminaristi di abusi sessuali, era stato obbligato dalle autorità vaticane alla rinuncia di ogni pubblico ministero per ritirarsi a vita privata in preghiera e penitenza; e se non si è giunti alla scomunica lo si deve al favore cui il defunto godeva presso papa Wojtila.
Il papa
Del suddetto pontefice i ragazzotti che lo idolatravano gridarono, alla sua morte: santo subito.
Data la mia ben nota cattiveria, io sarei dell’avviso di attendere un po’ prima di elevarlo al fasto supremo degli altari; e anzi penserei di non elevarlo affatto ma di lasciarlo calcare la polvere terrestre. Considerato il mal vezzo di canonizzare tutti gli ultimi papi non mi stupirei che anche Giovanni Paolo II avesse la stessa sacra e gloriosa sorte dei suoi predecessori; e questo non farebbe che confermare la mia contrarietà a questo costume e malcostume delle canonizzazioni vigenti nella chiesa cattolica.
Di papa Woityla sono state dette molte cose positive (meritate) ed altre negative taciute (pur meritate anche quelle). E poiché dei morti è buona creanza dire soltanto il bene ma dei personaggi pubblici e storici è necessario dire tutto, diremo noi qualcosa. A cominciare dalle canonizzazioni, stabilite da quel papa in numero strabocchevole, per quantità e talvolta discutibili per qualità. Prova ne sia (ma le prove sarebbero molte) la canonizzazione, a mio dire scandalosa, di Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, tanto amato da quel papa quanto criticato dal popolo di dio.
E non fu il solo amore discutibile di quel discubibile papa.
Del suddetto pontefice i ragazzotti che lo idolatravano gridarono, alla sua morte: santo subito.
Data la mia ben nota cattiveria, io sarei dell’avviso di attendere un po’ prima di elevarlo al fasto supremo degli altari; e anzi penserei di non elevarlo affatto ma di lasciarlo calcare la polvere terrestre. Considerato il mal vezzo di canonizzare tutti gli ultimi papi non mi stupirei che anche Giovanni Paolo II avesse la stessa sacra e gloriosa sorte dei suoi predecessori; e questo non farebbe che confermare la mia contrarietà a questo costume e malcostume delle canonizzazioni vigenti nella chiesa cattolica.
Di papa Woityla sono state dette molte cose positive (meritate) ed altre negative taciute (pur meritate anche quelle). E poiché dei morti è buona creanza dire soltanto il bene ma dei personaggi pubblici e storici è necessario dire tutto, diremo noi qualcosa. A cominciare dalle canonizzazioni, stabilite da quel papa in numero strabocchevole, per quantità e talvolta discutibili per qualità. Prova ne sia (ma le prove sarebbero molte) la canonizzazione, a mio dire scandalosa, di Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, tanto amato da quel papa quanto criticato dal popolo di dio.
E non fu il solo amore discutibile di quel discubibile papa.
Categorie: Parabole